7 maggio 2026
Nel decreto Lavoro arriva una stretta sul caporalato digitale: vietato vendere o affittare profili, più trasparenza sulle app e presunzione di subordinazione in caso di controllo algoritmico.

Il decreto Lavoro introduce nuove regole per il lavoro dei rider e punta a colpire una pratica sempre più discussa: il subaffitto degli account. In concreto, il provvedimento prevede il divieto di vendere o affittare i profili digitali usati per lavorare sulle piattaforme. Secondo il quadro riportato nella notizia, per lavorare sarà inoltre richiesta la Spid.
La misura si inserisce in una stretta contro il cosiddetto caporalato digitale, cioè quelle situazioni in cui l’accesso al lavoro tramite app può passare da intermediazioni irregolari o opache. L’obiettivo indicato dal provvedimento è rendere più chiaro chi lavora davvero attraverso la piattaforma e con quali regole.
Uno dei punti centrali è lo stop al trasferimento dei profili digitali. Questo significa che gli account usati dai rider non potranno più essere ceduti, venduti o affittati ad altri. È una novità rilevante perché interviene direttamente sul meccanismo di accesso al lavoro tramite piattaforma.
Nel testo sintetizzato dalla fonte, questa misura viene collegata alla volontà di contrastare forme di sfruttamento che possono nascere proprio dalla gestione irregolare degli account. La richiesta della Spid va letta in questa direzione: rafforzare l’identificazione di chi opera realmente sulla piattaforma.
Un altro passaggio importante riguarda il funzionamento delle app. Le piattaforme dovranno infatti spiegare come assegnano gli ordini e i compensi. Si tratta di un tema centrale nel lavoro digitale, perché tocca il cuore del rapporto tra rider e piattaforma: chi decide le consegne, con quali criteri e in base a quali logiche viene determinato il guadagno.
La notizia segnala quindi una richiesta di maggiore trasparenza sugli strumenti algoritmici che organizzano il lavoro. Non vengono però specificati, nel materiale fornito, i dettagli operativi con cui queste spiegazioni dovranno essere rese.
Il decreto prevede anche un altro elemento chiave: scatta la presunzione di subordinazione con il controllo algoritmico. In altre parole, il ruolo dell’algoritmo non viene trattato solo come un tema tecnologico, ma anche come un possibile indicatore del tipo di rapporto di lavoro.
È un punto rilevante perché collega direttamente l’organizzazione digitale delle prestazioni a una conseguenza giuridica. La fonte, però, non entra nel dettaglio dei criteri specifici che faranno scattare questa presunzione, né delle modalità applicative.
Accanto alle nuove regole resta il tema della scatola nera, richiamato nella sintesi della notizia come uno dei nodi aperti. Il riferimento segnala una questione ancora delicata: capire davvero come funzionano i meccanismi interni con cui le piattaforme gestiscono lavoro, assegnazioni e compensi.
Il punto è particolarmente importante perché la trasparenza richiesta alle app si confronta proprio con sistemi che, per loro natura, possono risultare difficili da leggere dall’esterno. Su questo aspetto, però, il materiale disponibile non fornisce ulteriori dettagli.
In sintesi, la stretta prevista dal decreto Lavoro si muove su tre fronti: identità digitale, trasparenza algoritmica e contrasto al caporalato digitale. Il divieto di subaffittare gli account, l’obbligo per le app di chiarire i criteri di assegnazione di ordini e compensi e la presunzione di subordinazione in presenza di controllo algoritmico rappresentano i cardini della novità.
Per chi segue i temi di lavoro ed economia, il messaggio è chiaro: il lavoro tramite piattaforma entra sempre più al centro del dibattito sulle regole. E questa volta il focus non è solo sul compenso, ma anche su chi lavora davvero, come viene gestito e quanto è trasparente il sistema digitale che organizza tutto.
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